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Domenica 10 Luglio 2011
L'espressionista mediterraneo
di Angela Vettese

A casa lo chiamavano Cy, come un famoso lanciatore di baseball, ma il suo nome era Edwin Parker. Cy Twombly non ebbe più nulla a che fare con lo sport, attirato dall'arcadia del bello e da un'acuta sensibilità verso il lato poetico della vita. Nato negli Stati Uniti nel 1928, è morto il 5 luglio dopo una vita spesa per decenni tra Roma e Gaeta. Scelse l'Italia dopo un viaggio con Robert Rauschenberg, attratto dallo stile di vita del dopoguerra dorato ma anche dalla tradizione artistica nella quale si riconobbe. Sembra strano, per chi conosca la sua opera soltanto superficialmente: i suoi quadri sono vasti graffiti fatti talvolta di segni molto severi, simili a quelli che popolano i muri e le porte dei gabinetti; segni che parlano di una protesta anonima e di una voluta mancanza di stile. Non è irrilevante ricordare come l'artista militò nell'esercito come decifratore di linguaggi in codice. Si comprende la sua devozione all'arte classica e il tentativo di incrociarla con i linguaggi dell'avanguardia osservando la sua evoluzione, con pennellate sempre più larghe e simili ai Monet delle grandi ninfee e debitrice dei colori pastello di tradizioni romane e veneziane. La mostra a cura di Nicolas Serota che ne aveva celebrato gli ottant'anni, nel 2009, conteneva tra l'altro un trittico dipinto in omaggio a Tiepolo e una rilettura della Scuola di Atene di Raffaello. Più di uno storico dell'arte si è lasciato sprofondare nella dolcezza del suo colorismo e lo ha associato negli scritti e in mostre comparative ad artisti apparentemente imprevedibili, tra questi per esempio Poussin, in una mostra alla Dulwick Picture Gallery aperta ancora fino al prossimo 25 settembre.
Amava definirsi, del resto, un "pittore mediterraneo", nonostante rimanessero ben precise le tracce di quell'espressionismo astratto americano nel cui alveo si era formato: in particolare ricordava Franz Kline, con i suoi giganteschi graffi neri stagliati sul bianco. Lo aveva conosciuto nel 1951, così come aveva incontrato, anche allora guidato da Rauschenberg, il contesto virtuoso che animava nello stesso anno il Black Mountain College del North Carolina. Da John Cage, che conobbe là, colse l'amore per il caso o piuttosto il permesso di immetterlo nelle opere senza doverlo giustificare alla maniera dei surrealisti, cioè come un portato della psicologia individuale e di processi inconsci. In fondo a Twombly è sempre interessato fare parte di un discorso più vasto, anzi di due: da un lato quello della tradizione alta, quella storia del mezzo pittorico che fu l'anima del modernismo e che tanto piacque al critico più influente di allora, Clement Greenberg. Ma proprio distanziandosi da quest'ultimo, amò anche la trama che congiunge la parte elevata della pittura con i suoi lati prosaici, quelli che Greenberg condannava come kitsch.
Quando venne in Italia, quindi, si sentì libero finalmente di scatenare uno stile di difficile catalogazione: non fu un action painter, contaminato com'era dall'estetica neodadaista di amici quali Raushenberg e Jasper Johns; ma nemmeno lo si potrebbe definire un realista, come in fondo furono quei coetanei confluiti nella più vasta area pop. Tra le fonti della sua ispirazione ci sono state sicuramente scritte scurrili e dolori depositati sugli intonaci con chiodi, punte di chiavi e punteruoli, ma anche Catullo e Rilke, Pound e Mallarmé.
In Italia non venne compreso subito, anche se individuò subito i circoli più interessanti e iniziò presto a esercitare la sua influenza su collezionisti e galleristi. La sua consacrazione avvenne a partire dal 1964, dopo l'invito alla Biennale di Venezia; e in quella sede è ritornato a mietere ammirazione nel 1988 e nel 2001. La sua prima retrospettiva arrivò quando aveva quarant'anni, nel 1968, ma anche in America i dubbi sul suo operato vennero cancellati più tardi: per molto tempo era stato un transfuga, uno che aveva scelto un'Europa in declino. Così il riconoscimento completo presso il Museum of Modern Art di New York arrivò solo nel 1994. Un anno dopo l'ala nuova della Menil Collection di Houston, progettata da Renzo Piano, mise in esposizione permanente oltre trenta sue opere eseguite dal 1953 al 1994. Nel 2009, a Monaco di Baviera, il Brandhorstmuseum ha dedicato un'area espositiva apposita al gigantesco ciclo di dodici tele ispirato alla battaglia di Lepanto.
Il successo lo ha visto in ogni caso da vivo, con quotazioni altissime e alcuni atti commoventi di ammirazione. Roland Barthes aveva coniato per questo il suo modo di procedere il termine "coincidenze". Questa mistura di individualità del segno e riferimento all'umanità più vasta, compresa quella tribale e orientale, fu probabilmente all'origine di un'adorazione che si è trasformata in alcuni atti d'amore sconsiderati da parte del pubblico: famoso il caso della giovane cambogiana Rindy Sam, arrestata ad Avignone nel 2007 per avere lesionato con del rossetto una sua vasta superficie. E quel bacio oggi ne riassume molti altri.
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