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firenze
Gli artisti da grande schermo
Sguardi traversi, fughe nel sogno motivate da una realtà troppo cruda, voglia di fare persino filosofia e comunque una bella luce su cose che restano spesso al chiuso. Quest'anno parla di questo l'encomiabile festival «Lo schermo dell'arte», diretto da Silvia Lucchesi e giunto alla sua quinta edizione, in programma a Firenze dal 21 al 25 novembre. Ciò che colpisce è la densità di impegno sociale che connota la selezione.
Partiamo dunque dalla fine, che avrà luogo la sera del 25 con la prima proiezione assoluta del film che lo scorso anno ha vinto il premio – 10mila euro, poco, ma qualche cosa – perché un autore italiano realizzi un'opera inedita. Il gruppo Alterazioni Video presenta qui Per troppo amore – Incompiuto siciliano. Si tratta di una straziante visione di Giarre, cittadina del catanese, in cui un extraterrestre incarnatosi in un cane e il sociologo Marc Augé vagano tra strutture di cemento abbandonate, edifici realizzati a metà con denaro pubblico, skyline allucinanti. Un po' finzione e un po' denuncia, è la tappa conclusiva di una ricerca che il gruppo compie da tempo sui giganti dello spreco edilizio italiano.
In un'altra sezione, cui partecipa anche il bravo l'Yuri Ancarani, l'Otholit Group presenta il film The Radiant, realizzato sulla recente distruzione giapponese che ha seguito l'incidente nucleare di Fukushima (1911), le cui immagini sono state tenute nascoste al mondo, ufficialmente, dal celebrato pudore giapponese.
La sezione "focus" del festival è stata dedicata al pluripremiato Isaac Julien (festival come Colonia, Cannes e Performa NY sono stati ai suoi piedi). Se ne vedranno Thrue North (2004), ispirato alla storia dell'esploratore Matthew Henson cui fu negato di essere mai giunto al Polo Nord tra i primi al mondo; Balthimore (2003), in cui una coppia esplora luoghi incantevoli della città col sottofondo di sirene, spari e suoni, ricordando il conflitto razziale che la connota; The Leopard (2007), girato nello stesso palazzo in cui Visconti ambientò il suo Gattopardo, da un lato omaggio al cinema d'autore e dall'altro rivelazione di ciò che quello non riesce sempre a fare: svelare cosa c'è dietro la maschera e, in questo caso, mostrare il doppio volto del Mare Nostrum: un tempo culla, ora sovente è tomba per chi arriva a cercarvi fortuna.
Quest'ultimo film sarà visto in modo tradizionale, ma fa parte di una trilogia che andrebbe osservata in maniera sincronica. Il cinema che nasce come costola dell'arte visiva spesso ne assume le libertà nell'uso di spazio e tempo; in quest'ottica, l'apposita sezione "Mobiles" ospita un'installazione filmica di Melik Ohanian. L'autore armeno ha realizzato l'opera che presenta per la Biennale di Shajira, parte di un programma di adeguamento culturale democratico da parte degli Emirati Arabi. In effetti non è mai stata presentata perché mostra il volto illiberale di quei paesi: l'artista ha filmato con meticolosità il passaggio dei giorni e delle notti in uno stesso percorso, un binario su cui scorreva la camera tra le case degli immigrati bangladesi, pakistani e indiani. Questa forza lavoro, forma nuova dell'antico schiavismo, costruisce i quartieri dello shopping internazionale da cui è rigorosamente esclusa. Ohanian ha montato separatamente la parte diurna e quella notturna del girato: niente vetrine milleluci, qui, ma solo un uso del ritmo circadiano come scissione tra lavoro e riposo. Chi guarda è esposto a entrambi gli schermi e costruisce da solo il suo montaggio sia visivo che riflessivo.
È difficile non ricordare certi classici del cosiddetto «cinema espanso», per esempio quando il pioniere Paul Sharits avvertì la necessità di distinguere i frame in bianco e nero e quelli in colore nel suo Piece Mandala/End of War (1966). E occorre anche ricordare che, al di là di ogni aspetto di contenuto, film come quelli presentati a Firenze sono figli di una disamina e di una dissoluzione voluta di ciò che un tempo si chiamava «lo specifico filmico»: qui la grammatica del racconto è spezzata, volutamente irrisolta e smarginata. Ma i tempi di un discorso sul linguaggio delle immagini, almeno nel suo momento più radicale, sembrano passati. Prova ne sia la fine della querelle tra film e video, le cui sintassi si integrano a vicenda lasciando indietro il mito della pellicola. Il punto sono le storie, anche se si prendono la libertà di non essere più lineari. Cosa può avere il cinema degli artisti, del resto, più di quello dei registi di professione? Molti gradi di libertà, come sempre quando la committenza non si associa all'incubo del l'audience. Se non si va a caccia di pubblico e ci si accontenta di pochi amatori, si può scompaginare la trama, si può indulgere sulla poesia del visivo, si possono espandere la modalità del montaggio o della sceneggiatura. E si riesce a denunciare i fatti con scene che non ovunque passerebbero la censura in Paesi che, per motivi diversi, si vergognano di dichiararla in modo esplicito. Sono cose che ci hanno già spiegato, soprattutto a partire dalla mostra Documenta X (1997): lo spazio del film documentario vi si dilatava a dismisura, perché solo in un contesto del genere potevano essere ospitate testimonianze lunghe, lente, analitiche sulle realtà più difficili.
Ebbene, tutti temiamo la noia, ma molti iniziano a temere anche il regista concitato, simile al conduttore televisivo che blocca ogni discorso dopo i trenta secondi. Anche le immagini hanno bisogno di tempo, e concederlo è un dono che facciamo a noi stessi.
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Lo schermo dell'arte Film Festival, quinta edizione, Odeon Firenze, Cango-Cantieri Goldonetta, Istituto francese, Museo Marino Marini,
21-25 novembre 2012; www.schermodellarte.org info@schermodellarte.org
Domenica 18 Novembre 2012daniel buren | «Excentrique(s), travail in situ», 2012,
isaac julien |«The Leopard I», 2007