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18 agosto 2012
«Shanghai città del contemporaneo»
di Marilena Pirrelli
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Massimo Torrigiani è dal 2010 direttore di SH Contemporary, la fiera di arte contemporanea di Shanghai (Cina), appuntamento che si ripeterà dal 7 al 9 settembre. Nell'edizione del 2011 la fiera ha avuto un grande successo: 90 gallerie più 30 progetti di artisti, oltre 30 musei, 500 collezionisti invitati e 35mila visitatori. Al direttore artistico Torrigiani, fondatore e direttore di "Fantom", rivista trimestrale internazionale di arte contemporanea e di fotografia, abbiamo chiesto: quali proposte avete quest'anno per mantenere alto il livello di successo?
Stessa formula, ma con una grande crescita qualitativa. Gallerie più coerenti con il profilo della fiera. Il 50% degli espositori resta cinese, il 25% viene dall'Asia, il restante 25% da Europa, Medio Oriente e Stati Uniti. I progetti curatoriali sono vere e proprie mostre. Abbiamo un'interazione pervasiva con la città. Una prospettiva che abbiamo assorbito da Arte Fiera, la nostra sorella italiana che ha fatto di tutta Bologna la sua scena. SH Contemporary sta gradualmente creando a Shanghai a Settembre un vero festival del contemporaneo. Credo molto nell'importanza di sviluppare il piano commerciale insieme a quello creativo. E sono convinto che sia fondamentale esporre insieme all'arte la città, il contesto nel quale l'arte viene prodotta e mostrata. Aiuta a percepire meglio le energie creative che stanno attraversando la Cina, cambiandola radicalmente. Fa capire a tutti che le opere d'arte non sono solo il prodotto degli artisti ma testimonianze di processi culturali più profondi e complessi. E che l'arte è importante per tutti.
Sei un osservatore del sistema cinese da lungo tempo, quali sono le sue caratteristiche e come si muove questo mercato?
È un sistema in evoluzione che cambia costantemente di fronte agli occhi di chi osserva. Non è ovviamente ancora organizzato e gerarchizzato come il sistema occidentale. Il governo sta trovando una giusta cornice legislativa per regolarlo. Pensa alla disparità tra Hong Kong, dove la compravendita non è tassata, e la Cina continentale dove le tasse sono al 24%, che crea una concorrenza interna a sfavore dei mercanti e dei collezionisti più importanti della Cina. Le gallerie di ricerca nella maggior parte dei casi non hanno più di cinque anni. Le transazioni fino a qualche anno fa avvenivano attraverso le case d'asta – tante e potenti – o direttamente tra artista e collezionista. Un movimento che io chiamo "from studio to storage", che non rende solo diverso il mercato, ma fa sparire senza che si siano mai visti pubblicamente interi periodi di produzione di un artista. La considerazione per i galleristi come "mediatori culturali" sta crescendo lentamente. Vengono e venivano considerati dei semplici negozianti. Gli equilibri sono completamente diversi. Nasce adesso un sistema di istituzioni e riviste che partecipa alla definizione del valore, fino a poco tempo fa prodotto solo dalle dinamiche di mercato. La maggior parte dei musei privati nasce dall'iniziativa personale di singoli con pochissime relazioni con la comunità scientifica e quasi sempre senza il contributo di professionisti di esperienza. Il risultato di tutte queste dinamiche è che stare qui è adesso è una bellissima esperienza: si assiste allo sviluppo di un mondo e si ha la sensazione di poter contribuire alla sua crescita.
Quali le differenze dal mercato occidentale? Qui hanno un forte peso i fondi d'investimento e i trust?
Sempre di più. Stanno crescendo anche i fondi specializzati in arte dei mercati emergenti e sono molti i fondi occidentali che stanno allargando, secondo me giustamente da ogni punto di vista, le loro collezioni ad Africa, Asia e Sud America. Di fronte all'inaffidabilità dei mercati finanziari e immobiliari ci si rivolge sempre di più all'arte. Se le oscillazioni di questo mercato siano poi dipendenti o meno dalle fluttuazioni degli altri mercati è ancora tutto da discutere, ma nella peggiore delle ipotesi si resta senza soldi, ma con le opere, invece che di fronte a uno schermo vuoto. E investire in arte continua a dare accesso a un mondo creativo e divertente, dove oltre alle opere si acquistano relazioni ed esperienze, oltre che distinzione sociale.
Il paese è molto grande, il mercato dell'arte ha un suo sistema di regole e di fiscalità, o gli scambi sono frammentati?
L'attività delle case d'asta è pervasiva, i collezionisti sono dappertutto, con maggiore concentrazione a est e a sud del paese, ma le gallerie sono concentrate a Pechino e a Shanghai. E sta crescendo naturalmente, per puri motivi fiscali, Hong Kong. Ma è appena nata a Pechino una zona franca per la compravendita di arte. Immagino ne seguirà presto una a Shanghai. Iniziative che affrontano il problema della competizione con l'ex colonia inglese, ma secondo hanno anche un significato più ampio e rientrano nelle politiche culturali legate al "soft power", uno dei temi centrali nella strategia del partito comunista in questo momento. Il governo favorisce e facilita le attività private nel settore dell'arte. A Shanghai il comune ha recentemente dato in comodato d'uso a tre musei privati un'enorme area lungo il fiume, vicino alla nuova, bellissima sede dello Shanghai Art Museum che verrà inaugurato a Ottobre. I privati costruiranno i musei, il comune doterà l'area delle necessarie infrastrutture e ci farà arrivare i trasporti pubblici. Sembra che Shanghai sia stata scelta dal governo come la città del contemporaneo.
E le istituzioni? I nascenti musei puntano a rinnovare il sistema culturale?
È ancora molto diffusa la pratica di affittare le stanze dei musei alle gallerie, tanto che ci vuole un po' per capire quali mostre sono curate e quali ospitate. Ma c'è un numero crescente di musei, per esempio il Rockbund e il Minscheng a Shanghai o l'Ullens Center for Contemporay Art a Pechino che operano con chiarezza e stanno dando un grande contributo allo sviluppo, anche del profilo internazionale, del sistema.
C'è interesse anche a conoscere l'arte di altri paesi?
C'è grandissima curiosità ma un mercato tutto da creare. Anche per questo penso che Art Basel Hong Kong abbia un problema di dimensione: in questo momento è troppo grande. Non c'è ancora un mercato ampio abbastanza e ricettivo per accogliere un'offerta così ricca. Detto questo, la fiera ad Hong Kong è una delle cose migliori capitate al sistema dell'arte in Asia. Gli ha dato un bel palcoscenico e un bell'esempio di come si pensa e si gestisce un progetto commerciale legato alla cultura.
Come fanno a recuperare la loro tradizione?
Da quello che sento, è un dialogo costante, intimo e collettivo, che si innesta su tutte le questioni che i cinesi si pongono sul futuro e sui cambiamenti che desiderano così ardentemente. In fiera esploriamo il tema con una mostra "permanente" – quest'anno alla sue seconda edizione – sul modo in cui la calligrafia e la pittura a inchiostro influenzano e riemergono, in modo esplicito o invisibilmente, nelle opere degli artisti contemporanei, non solo in Asia. È un progetto di ricerca su cosa rende l'arte in Cina e Asia diversa dall'arte occidentale. In un sistema sempre più internazionalizzato, dove gli artisti si definiscono e riconoscono sempre meno per la nazionalità, sembrava a me e ai curatori un bell'argomento da esplorare. Anche perché ci costringe a interrogarci su cosa vuol dire contribuire allo sviluppo del mercato e del sistema dell'arte in Cina.
Che cosa racconta l'arte cinese a noi occidentali?
Osservare l'arte è sempre osservare dinamiche personali e collettive, correnti politiche ed emotive, il conscio e l'inconscio. E osservare se stessi; aspettative, bisogni, pregiudizi… Gli artisti sono sempre dei veggenti e l'arte è sempre il prodotto dei desideri e delle capacità di fare e di immaginare. In Cina si uniscono a questa prospettiva la sua radicale alterità culturale – che il sistema dell'arte può aiutare a capire – e il modo in cui sta contribuendo allo sviluppo culturale globale. È un punto di osservazione interessantissimo e privilegiato.
La censura pesa sull'espressività artistica?
È un problema da considerare con sensibilità e intelligenza, ma da non ingigantire. Quanto pesano il "politically correct" o il puritanesimo americano sull'espressività artistica occidentale? Con la fiera affrontiamo il problema della censura ogni anno, ma personalmente affronto costantemente la domanda del perché in paesi nei quali la censura non esiste vedo, alle fiere, pochissime opere spinte o controverse. Da quando dirigo SH Contemporary mi chiedo sempre quante tra le cose che vedo a Basilea, a Londra o a Parigi sarebbero censurate da noi. La risposta è pochissime, probabilmente meno dell'uno per cento. Un numero importante che pone tante domande sulla censura e sul sistema dell'arte contemporanea in generale.
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 Direttore: Ferrarotti Marina, Ferrarotti Massimo Fondata nel: 1967 Città: Milano
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