ART ECONOMY 24
A cura di Marilena Pirrelli
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28 settembre 2016
«La strada bianca. Storia di una passione» di Edmund de Waal

Per lo storico dell'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann la porcellana veniva quasi sempre utilizzata per fare stupide bamboline. Non era dello stesso avviso l'elettore di Sassonia Augusto il Forte diventato folle a tal punto da barattare un battaglione di seicento “dragoni” in cambio di 18 vasi cinesi decorati in bianco e blu, alti quasi un metro, che appartenevano alla collezione di Federico Guglielmo I di Prussia. Il libro di Edmund de Waal, apprezzato ceramista di fama mondiale, dal titolo “La strada bianca. Storia di una passione”, appena edito da Bollati Boringhieri, è un “souvenirs de voyage” che trasporta il lettore nello spazio e nel tempo, dalla città di Jingdezhen in Cina a Venezia, Dresda, Versailles, fino alla Cornovaglia, seguendo, appunto, la strada bianca della porcellana. Il volume è anche un racconto storico sulla millenaria produzione dell”'oro bianco” il cui fascino misterioso ha ossessionato nei secoli alchimisti, imperatori , dittatori e collezionisti.

De Waal parte alla volta della più antica città della porcellana, Jingdezhen, nella provincia dello Jiangxi, dove i camini fumanti delle fornaci anticamente erano accesi tutto l'anno. L'artista Ai Weiwei commissionò proprio a piccoli laboratori di Jingdezhen i 100 milioni di semi di girasole di porcellana per la sua immensa installazione alla Tate Modern di Londra, impiegando la manodopera locale per ben due anni. Qui in passato venivano creati gli oggetti più puri al mondo e gli imperatori inviavano i loro emissari a fare le ordinazioni. Dal massiccio del Gaolin (Kao-lin) veniva estratto il caolino, uno dei due elementi fondamentali per realizzare la porcellana che i vasai mescolavano sapientemente al petunzè, prima di deporre l'impasto plasmato in forni capaci di raggiungere 1300 gradi. La porcellana più ambita era quella bianca e blu. Per la sua produzione lavoravano molte mani: vi erano, ad esempio, decoratori impiegati per disegnare solo fili d'erba, altri per realizzare fiori oppure dipingere la barba dei monaci sulla superficie di vasi o scodelle. Chi di loro utilizzava il prezioso cobalto importato dalla lontana Persia, veniva costretto dal padrone a lavorare con le mani infilate in una gogna per evitare i furti. Sono molte le storie piene di fascino circolate nei secoli intorno alla produzione della porcellana, come quella del sanguinario imperatore del XV secolo Zhu Di che in memoria dei genitori fece erigere a Nanchino una pagoda ottagonale a nove piani facendola rivestire con mattoncini di porcellana bianca prodotta a King-te-Tching, perché il bianco in Cina è il colore del lutto. La pagoda di porcellana fu una delle meraviglie del mondo sino al 1856 quando venne distrutta durante la Rivolta dei Taiping. Tre dei suoi mattoncini di porcellana bianca sono conservati nei depositi del Metropolitan Museum di New York.

Quando giunse in Europa la porcellana cinese (la prima arrivò a Venezia insieme a Marco Polo, un piccolo vaso grigio-verde conservato nella Basilica di San Marco) si diffuse la Porzellankrankheit, la “malattia della porcellana”: a Versailles Madame de Montespan, la favorita del Re Sole, ordinò all'architetto Louis Le Vau la costruzione alle porte di Parigi di un padiglione in porcellana, il Trianon de Porcelaine, utilizzando maiolica olandese, che ricordava quella cinese. Colbert, il ministro delle finanze del Re, diede fondo alle finanze reali per riprodurre in Francia la porcellana orientale, ma il risultato non fu altro che una “contre-façon”, un'imitazione. Le manifatture di Rouen e Saint Cloud, infatti, furono sempre lontane dallo scoprire l'Arcanum, l'ingrediente fondamentale per ricreare l'originale.

Augusto il Forte, invece, svuotò i forzieri dello Stato indebitandosi fino al collo, non solo facendo costruire magnifici edifici barocchi, organizzando feste e favolosi banchetti con belle cortigiane, ma acquistando casse colme di fragile vasellame facendole arrivare a Dresda dall'Oriente quasi tutti i giorni. Ordinò persino la progettazione di un edificio per contenervele, il Palazzo Giapponese, con tanto di tetti a pagoda. Alla sua morte furono contati più di 35mila pezzi, la più vasta collezione d'Occidente: “Non capite? - confessò in una lettera - Le porcellane sono come le arance, se ti piacciono non ne hai mai abbastanza, ne vuoi sempre di più”. Arrivò persino a far imprigionare l'alchimista Johann Friedrich Bottger, appena ventenne, liberandolo solo 13 anni dopo, obbligandolo prima a trasformare il piombo in oro, poi, assieme al matematico Ehrenfried Walther Tschirnhaus, a scoprire l'ingrediente mancante per creare la porcellana dura, l'Arcanum, ossia, il caolino. Il ragazzo verrà condotto con la forza a Meissen nel “laboratorio segreto” del Castello di Albrechtsburg. La prima “Bottgerporzellan” vedrà la luce nel 1708, e nel 1710 verrà annunciata la fondazione della Manifattura Reale di porcellana di Sassonia, il cui marchio inconfondibile sono due spade incrociate, azzurre, leggermente curve.

Dopo Jingdezhen, Versailles e Dresda, il libro di De Waal porta il lettore nell'Inghilterra del XVIII, nella città di Plymouth, alla ricerca del “bianco di Cornovaglia”. In questa terra ricca di filoni metalliferi e miniere, William Cookworthy, un farmacista quacchero, scoprì il metodo di produrre la porcellana, avviando nel 1767 la prima manifattura inglese. Fu un boccale da sidro, oggi conservato al British Museum di Londra, il primo recipiente ad uscire dal forno di Cookworthy. Una fiorita iscrizione blu cobalto sulla base del vaso recita: C.F, Cookworthy Facit. Era il 14 marzo 1768. La manifattura chiuse pochi decenni dopo.
Il 20 gennaio 1941 Himmler esamina con Hitler alcune statuette in porcellana, realizzata ad Allach, un sobborgo di Monaco di Baviera. Sono un dono di compleanno per il Fuhrer. La fotografia scattata in quell'occasione ritrae Hitler mentre avidamente contempla la serie di figurine invetriate. Himmler ha dato, infatti, vita alla Porzellan Manufaktur Allach per la produzione di statuine da donare ai membri delle SS in occasione di compleanni, matrimoni, nuove nascite. Il marchio posto alla base degli oggetti è il Sig, il doppio fulmine runico delle SS. La domanda di porcellane crescerà a tal punto che la fabbrica dovrà essere spostata a Daschau: la manodopera sarà composta da prigionieri. Quando le truppe americane libereranno il campo la fabbrica sarà già stata smantellata, gli stampi scomparsi. La “strada bianca” percorsa dal libro di De Wall comprende anche pagine buie.



Autore: Edmund de Wall
Titolo: La strada bianca . Storia di una passione
Editore: Bollati Boringhieri Pagine: 413
Anno di pubblicazione: settembre 2016
Prezzo di copertina: 20 euro


di Gabriele Biglia