ART ECONOMY 24
A cura di Marilena Pirrelli
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6 agosto 2010
Intervista all'autrice Clare McAndrew

Clare McAndrewPerché questo libro?
Il mercato dell’arte è un settore complesso a causa della mancanza di trasparenza sulle transazioni di mercanti e privati e si basa in gran parte sulle conoscenze personali. E’ diverso da altri asset market e risulta difficile per i nuovi investitori. Ho pensato di riunire esperti di aree differenti, provenienti da tutto il mondo, e farli parlare della loro particolare esperienza così da rendere questo mercato più accessibile a coloro che vi si affacciano per la prima volta. Il libro è anche per chi è già collezionista o opera nel mercato, ma vuole approfondire alcuni aspetti.

Quale è il suo punto di vista nell’osservare il mercato dell’arte?
Vista la mia formazione, è da economista.
Quando ho iniziato a studiare il mercato 15 anni fa lo facevo esclusivamente con metodi quantitativi, pensavo che si potesse mettere tutto in una scatola, ma ora dopo tutti questi anni di esperienza ho capito che c’è sempre un elemento soggettivo, i prezzi dell’arte possono essere determinati dalla moda, dal gusto e da cose che non si possono quantificare. E’ imprevedibile, non importa quanti modelli quantitativi usi, l’elemento imprevedibile rimane. I metodi qualitativi mi permettono di dare un po’ più di spessore allo scenario, così faccio anche queste ricerche. Per esempio, ora sto conducendo uno studio per CINOA, l’associazione internazionale dei mercanti d’arte e di antichità, per osservare il ruolo del mercante nella società. E’ uno studio socio-economico: analizzo i modi in cui gli operatori  possono formare il gusto e creare un interesse per un particolare genere o periodo. Sto anche facendo una ricerca per l’Art Council  su come gli artisti riescono a guadagnarsi da vivere e i problemi che incontrano lungo la loro carriera. Sempre con una prospettiva da economista.

Ha notato dei cambiamenti sui metodi utilizzati dagli economisti per analizzare il mercato da quando ha iniziato ad occuparsi di questo settore 15 anni fa?
Molti accademici hanno pensato di poter applicare un numero di indici al mercato, ma  gli economisti più sensibili sono giunti ad osservare gli aspetti quantitativi insieme a quelli qualitativi, come faccio io, per esempio, Anders Petterson di Art Tactic. Anche lui bilancia il lavoro quantitativo con l’opinione e i consigli di esperti, confrontandosi con le persone.
Torniamo agli anni ’80, se guardiamo solo agli indici e cerchiamo di applicare i modelli puramente economici al mercato dell’arte, ci accorgiamo che non funzionano sempre. Certo c’è chi lo fa ancora come per esempio Mei Moses che continua ad applicare una “repeated regression analysis” al mercato, analisi interessante e ben fatta, ma che non è in grado di dire molto su quello che succede realmente. Per far sì che abbia senso avrebbe bisogno di molti più dati. Dopo 15 anni ho capito che ci deve essere un equilibrio.

La sua opinione sui fondi di investimento in arte?
Molti di quelli che sono stati un flop, sono quelli organizzati da chi aveva un’esperienza puramente finanziaria, senza intuire che il mercato dell’arte è più complesso di quello finanziario. Ci vuole tempo per capire come funziona, comprenderne il lento turnover, la mancanza di liquidità, etc.
La definizione di fondi in arte può in alcuni casi essere molto ampia, esistono fondi che sono semplicemente alimentati da un gruppo di poche persone che decidono di investire insieme. Di fondi veramente regolati ce ne sono pochi. L’Art Trading Funds, ora in amministrazione, era uno di questi, registrato con la Guernsey Financial regulator nelle Channel Islands. La struttura del fondo era ottima, ma si focalizzava sull’arte contemporanea mid-range, un settore che ha enormemente sofferto durante la crisi degli ultimi anni. L’importante per limitare i rischi è che un fondo abbia una strategia d’investimento diversificato in varie categorie del mercato dell’arte, meno volatili dell’arte contemporanea.
L’avere un portfolio diversificato credo sia la strategia di maggior successo e sicura per un fondo d’arte. Altro elemento fondamentale è la strategia di vendita a lungo termine e non la speculazione a breve. Il mercato dell’arte non è il posto giusto per la speculazione a breve termine, anzi è un mercato in cui devi poter comprare e tenere a lungo. In particolare, i fondi di investimento devono prevedere alti costi di gestione e stipendi ai direttori e ai manager per lunghi periodi.

Un consiglio per gli investitori privati?
Guardare all’arte in un portfolio diversificato d’investimento. L’arte, per esempio, non si muove nella stessa direzione dell’oro ed un investimento a lungo termine. I problemi sorgono quando si vuole vendere velocemente, in caso contrario è un investimento relativamente sicuro.

Crede che il mercato dell’arte possa diventare trasparente?
Penso che cambierà. La separazione tra case d’aste e mercanti sta venendo meno, condividono lo stesso mercato,  e i mercanti ora capiscono che devono essere più coinvolti in ricerche e indagini. The Dealer Association sta spingendo i suoi iscritti verso una maggiore trasparenza.
Certo, la strada è lunga prima che i prezzi saranno rivelati ed esposti ovunque. Ma per esempio i mercanti con cui ho parlato per la ricerca per CINOA hanno confermato che non hanno più la stessa libertà di prima nel guadagnare ampi margini sul prezzo di un dipinto, perchè chiunque può vedere sulle banche dati, come artnet o artprice, quanto vale un’opera simile. E poi anche molti più investitori richiedono una maggiore trasparenza. Credo che il mercato si stia muovendo nella giusta direzione.


di Chiara Zampetti