ART ECONOMY 24
Artista: Boccioni Umberto (1882-1916) Titolo: Elasticità, opera conservata nella Pinacoteca di Brera, Milano Data dell'opera: 1916 Referenze fotografiche: Bridgeman/Archivi Alinari
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Domenica 30 Agosto 2009
Donatello dimenticato

di Marco Carminati
Noi italiani siamo talmente abituati a convivere coi capolavori dell'arte che talvolta non ci accorgiamo nemmeno più della loro presenza. Un singolare caso di "amnesia" artistica è accaduto a Padova, dove lo scorso anno, in una chiesa cittadina, è stata effettuata una clamorosa scoperta. Si badi bene, stiamo parlando di una chiesa non isolata nei dintorni, ma collocata in pieno centro cittadino, e neppure di uno di quegli edifici di culto centrali tristemente chiusi per mancanza di fedeli e custodi. Stiamo parlando della frequentatissima parrocchia di Santa Maria dei Servi in via Roma, a metà strada tra il Caffè Pedrocchi e la Basilica di Sant'Antonio. Nessun padovano e nessun turista diretto al Santo può fare a meno di passarle accanto, essendo via Roma la strada pedonale per eccellenza che taglia in due, da nord a sud, il centro storico. Ebbene qui, in questo luogo da sempre sotto gli occhi di tutti, è stato scoperto uno strepitoso Crocifisso ligneo di Donatello, una scultura di quasi due metri d'altezza, presente in questa chiesa fin dalla metà del '400 e da sempre esposta, con tutti gli onori, sopra un altare pieno di stucchi e di figure dorate. Unico punto oscuro: la paternità dell'opera, della quale, ormai da secoli, ci si era completamente dimenticati.
Ma come è stato possibile "dimenticarsi" che questo Crocifisso era un'opera del grande Donatello come lo sono le statue bronzee dell'altar maggiore della Basilica del Santo o il monumento equestre di Erasmo da Narni detto il Gattamelata?
A risolvere l'enigma della clamorosa "amnesia" sono stati due studiosi italiani quarantenni: Marco Ruffini, italianista e storico dell'arte formatosi a Roma e a Berkeley, e Francesco Caglioti, allievo della Scuola Normale di Pisa e ora professore di storia dell'arte all'Università Federico II di Napoli.
La vicenda è iniziata in America nel 2006. Marco Ruffini è nella Beinecke Library della Yale University ricurvo su un raro esemplare della prima edizione delle Vite del Vasari (1550), intento a studiare le annotazioni manoscritte poste da due anonimi commentatori a margine delle biografie degli artisti. Ruffini è particolarmente concentrato su quelle annotazioni perché ha intuito che esse sono coeve al libro e che, probabilmente, sono le più antiche postille fin qui note messe accanto a un testo del Vasari. Lo studioso si è reso conto inoltre che esse offrono numerose integrazioni al testo, con informazioni nuove e inedite soprattutto sull'arte veneta di Quattro e Cinquecento (il che fa sospettare che gli informatissimi postillatori provengano proprio da area veneta). Accanto al passo in cui Vasari descrive le opere di Donatello a Padova, uno dei due scrivani sente il dovere di aggiungere: «Ha ancor fato il Crucifixo quale hora è in chiesa di Servi di Padoa».
Ruffini trascrive il passo e si riserva di chiedere conferma della notizia agli esperti di Donatello in Italia. Ma quando mostra una rara foto dell'opera al professor Francesco Caglioti (autore nel 2000 di un monumentale studio su Donatello e i Medici edito da Olshki), il docente ha un balzo di sorpresa: a lui non risulta affatto che esista nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Padova un Crocifisso di Donatello, mentre questo ha tutta l'aria di essere tale! A questo punto, Caglioti si precipita nella città veneta, entra nella chiesa e resta ammutolito: nella cappella a sinistra del coro è appeso all'altare il crocifisso, di qualità straordinaria, alto 180 centimetri, intagliato nel legno di pioppo ma verniciato in modo da simulare l'effetto del bronzo. Da esperto di Donatello si rende conto, con emozione, che l'annotazione sul Vasari di Yale dice la verità. Ma non si illude: certamente qualcun'altro deve avere già riconosciuto il capolavoro, è necessario andare in biblioteca e verificare. Ed è qui che Caglioti e Ruffini scoprono la clamorosa "amnesia". Essi partono dalle Guide Rosse del Touring Club Italiano (di solito molto dettagliate nelle descrizioni) e registrano l'assenza totale del manufatto. Si spingono allora nel mare magnum della letteratura scientifica moderna e dopo mesi di ricerche raccolgono un magro bottino: il Crocifisso dei Servi è citato solo tre volte: nella monografia di Hans Kauffmann (1935) è detto «Kopie» da Donatello, nel libro di Margit Lisner (1970) si riprende quanto affermato da Kauffmann, nel recente saggio di Silvia Gullì (2002) sul periodico «Padova e il suo territorio» il Crocifisso è analizzato in dettaglio ma non si parla della paternità. Solo le guide della chiesa, redatte per lo più localmente da sacerdoti e da parroci, hanno sempre dato largo spazio al Crocifisso, ma non come opera d'arte bensì come veneratissimo oggetto di culto. Ed è proprio risalendo questo filone di ricerca che Caglioti e Ruffini scoprono il motivo della "dimenticanza". Il Crocifisso di Donatello – in origine collocato sull'altar maggiore del tempio servita – nel febbraio del 1512 fu protagonista di un fatto portentoso: per 15 giorni di fila si mise a stillare sudore sanguigno e il fenomeno si ripetè anche durante la successiva Settimana Santa. La notizia del miracolo ebbe un'eco vastissima e fu all'origine dell'"amnesia" attributiva. Da opera d'arte, il Crocifisso dei Servi si trasformò nel potente «Santissimo Crocifisso», e come tale venne sottratto alla storia dell'arte e consegnato in toto alle cronache e agli annali della pietà. La nuova condizione soprannaturale del manufatto invitò, anzi costrinse a dimenticare le mani umane che lo avevano modellato. Ai primi del Seicento il padre servita Arcangelo Giani ancora ricordava con precisione che quel «Santissimo Crocifisso» era «opus Donatelli florentini», ma dopo di lui la letteratura ecclesiastica padovana cominciò a fare una gran confusione, attribuendo a Donatello non più il Crocefisso ma una statua della Vergine conservata in chiesa (in realtà opera della fine del '300), fino a che il nome di Donatello non scomparve definitivamente dalle carte.
Finito il lavoro di ricerca sui testi, a Francesco Caglioti non è restato altro da fare che riverificare sul campo la bontà dell'attribuzione. Arrampicandosi letteralmente sull'altare dove si trova il Crocifisso dei Servi e scalando (altrettanto letteralmente) quello della Basilica di Sant'Antonio di Padova dove si trova il più celebre Crocifisso donatelliano, lo studioso ha tratto la convinzione che i due manufatti appartengano alla stessa mano e siano cronologicamente molto vicini (1440-1445). I risultati della scoperta sono stati pubblicati da Ruffini e Caglioti sui numeri 130-131 della rivista «Prospettiva». Il loro ritrovamento è già stato presentato in prestigiose sedi istituzionali come il Kunsthistorisches Institut di Firenze e l'Università di Trento, raccogliendo i consensi unanimi di colleghi e storici della scultura. Ne abbiamo parlato qui, adesso, per aiutare la notizia ad uscire dall'hortus conclusus degli specialisti e per dare una mano, nel nostro piccolo, a dissolvere l'"amnesia".
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