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Croci e delizie dei Nuovi Uffizi

Varianti, flussi, cronoprogrammi, progetti cantierati. Gli Uffizi di domani sono in cammino, mentre quelli vecchi continuano a soffrire delle note croniche carenze: mancanza di spazio, strutture inadeguate, pochi custodi

Firenze. La solita fila di turisti in attesa si allunga sotto il porticato degli Uffizi. A pochi metri, nel cortile limitato dalle due ali del palazzo, capolavoro di Giorgio Vasari del 1560, una gru gialla, altissima sulla città, sposta il suo braccio oltre il tetto e la piattaforma superiore dell’impalcatura, proprio all’angolo della Loggia dei Lanzi e di Piazza della Signoria. I rumori del cantiere, il viavai di operai e scavatori dicono che gli Uffizi di domani sono in cammino, mentre quelli vecchi continuano a soffrire delle note croniche carenze: mancanza di spazio, strutture inadeguate, pochi custodi. Il museo più famoso e visitato d’Italia (1.450.000 visitatori nel 2007) è soffocato dall’assalto dei turisti e non può ancora offrire un comodo percorso e servizi degni dei suoi tanti capolavori. Si aspetta il grande cambiamento: ma è un big bang al rallentatore, diluito negli anni, e l’attesa rende sempre più evidenti i difetti di oggi.
Antonio Natali, direttore degli Uffizi, non fa polemiche, capisce le difficoltà, la mancanza di fondi del Ministero, i tanti annosi problemi, ma è lapidario: «Questo è un carro armato pesantissimo che devo guidare come se fosse una macchina a pedali per bambini».
«La situazione economica è migliorata, superate le emergenze spicciole di qualche anno fa. L’autonomia gestionale funziona, spiega la soprintendente al Polo Museale fiorentino Cristina Acidini. Gli Uffizi sono all’interno del Polo, punta di un grande sistema di 22 musei, alcuni piccoli e poco visitati. È come una famiglia, bisogna mantenere e proteggere tutti i figli. Anche le ville medicee, il Museo della natura morta di Poggio a Caiano, i Cenacoli… Abbiamo la possibilità di trattenere il 70-80 per cento dei nostri introiti. I 700 dipendenti vengono pagati direttamente dal Ministero. Possiamo finalmente fare acquisizioni. L’anno scorso abbiamo comperato una delle due tavolette del Beato Angelico all’asta in Inghilterra, l’altra è stata acquistata dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, che la darà in comodato al museo di San Marco. 1,8 milioni di euro l’una, un buon prezzo che però ci ha messi in ginocchio. Ma ne valeva la pena!».
Antonio Natali precisa: «Il museo ha introiti per 8 milioni e mezzo di euro all’anno: un milione e 300mila vanno per la gestione ordinaria, una parte va ad altri musei del Polo. Ma i custodi sono davvero pochissimi, 114 divisi in più turni. In un giorno normale sono una quarantina. Per fortuna abbiamo anche un buon sistema di videosorveglianza. Ma nella mia anticamera non c’è nessuno. Qui si bussa e si entra».
Gli Uffizi giocano tutto sul futuro: i lavori di ristrutturazione sono cominciati nel giugno 2006. Ostacoli, polemiche, burocrazie di ogni genere avevano fatto rinviare il progetto per più di sessant’anni da quando, nel 1945, Carlo Ludovico Ragghianti, sottosegretario alla Pubblica Istruzione, voleva già liberare l’ala nord dall’Archivio di Stato per creare i «Grandi Uffizi». Allora i visitatori erano poche migliaia, oggi sono un milione e mezzo. Il progetto ha cambiato nome. Dal pomposo Grandi Uffizi a Nuovi Uffizi. Alla fine dei lavori, prevista nel 2011, la superficie espositiva sarà più che raddoppiata, da 5.400 a 12mila metri quadrati, cambiando radicalmente aspetto, dimensioni, allestimento e percorso. Tutto sarà rinnovato o creato ex novo: dalle scale ai servizi, dalle sale di esposizione al ristorante. Spostati gli uffici, un centinaio di sale di esposizione in più.
La rivoluzione è cominciata con il primo lotto dei lavori e sei cantieri: nel cortile centrale, sulla piazza del Grano, nell’ala «sud di ponente» e in altri punti. Cantieri «verticali» per non interrompere mai le visite.
Cristina Acidini descrive con entusiasmo: «Gli Uffizi non sono “un tiro di schioppo”, un percorso lineare, ma un aggregato di luoghi significanti, ognuno con la propria storia. Sulle prime due rampe di scale ti accompagnano Cosimo I e Vasari, altre due rampe ed entri nella Mitteleuropa. Sulla base di documenti d’epoca, il restauro ricrea il colore verde originale. Gli infissi color del cielo e le lesene bianche: siamo nell’eleganza rarefatta dell’Ermitage, dei palazzi del nord, è il momento dei Lorena. Ma gli Uffizi hanno tante anime, ogni passaggio del tempo ha lasciato la sua impronta, ha creato dei luoghi. Questo è il grande messaggio del museo».
Alcune sale sono già sistemate, come quella della Niobe, «punto d’arrivo del Neoclassicismo, precisa Cristina Acidini. Vogliamo accendere fari di attenzione su particolari luoghi o collezioni».

I prossimi cantieri


Una delle prossime mete è la Tribuna, cuore degli Uffizi con i suoi celebri Bronzino. «Sarà riportata alla sua godibilità, anticipa Cristina Acidini. Rimarrà abbastanza scura, misteriosa, ma con l’idea di togliere i capolavori e sostituirli con quadri che diano l’idea dell’ambientazione. E poi valorizzare la sua vicinanza con l’antica Armeria e con lo Stanzino “delle Matematiche”, per far capire l’unità del sapere». Quest’ultimo fu voluto alla fine del 1500 da Ferdinando I de’ Medici per esporre macchine militari, strumenti matematici e «libri et carte di geografia et modelli di fortezze». Oggi ospita l’«Ermafrodito dormiente», statua romana forse copia da Policleto. Il progetto di nuovo allestimento coinvolge anche le 342 statue sparse nelle gallerie. «Cerchiamo di restituire agli Uffizi la complessità che avevano prima dell’epoca del turismo di massa, quando erano la “galleria delle statue antiche e moderne”, soprattutto rinascimentali, che sono poi andate al Bargello. Agli Uffizi restano quelle antiche delle quali i visitatori non si accorgono, viste come semplici elementi di arredo. Cerchiamo già ora di rendere chiaro il confronto continuo tra “antichi” e “moderni”, che era il vanto della Galleria». Anche per questo il direttore Antonio Natali organizza piccole «mostre» nel museo. Mettono in luce opere straordinarie che nessuno nota. «Per esempio l’“Alessandro morente”, scultura ellenistica tra le più importanti, fondamento della pittura del Cinque e Seicento. Basta pensare che l’impostazione del “tondo Doni” di Michelangelo è influenzata da quella statua».

I dubbi sull’allestimento


Tutte le novità dell’allestimento, che cambieranno la percezione delle opere e l’intero percorso espositivo, suscitano però nuovi dubbi, nuove critiche. I presidenti di Italia Nostra Giovanni Savio (nazionale) e Lombardo Rombai (fiorentina) hanno scritto al ministro Rutelli alla fine di febbraio: lamentano il rischio che il palazzo venga deturpato, chiedono più trasparenza e quindi «certezze sugli interventi strutturali, sui colori, sugli allestimenti e su come possono stravolgere il complesso». Per Acidini è un banale malinteso, tutto è pubblico: e poi basta connettersi al sito web dei Nuovi Uffizi, creato per informare sui lavori (con chiare mappe colorate tridimensionali). Si è fatta sentire anche l’ex direttrice della Galleria, Anna Maria Petrioli Tofani, per difendere l’omogeneità delle sale e per dirsi «contrarissima alle pareti colorate in verde-azzurrino, al pavimento in pietra con liste di marmo bianco, agli sbalzi d’illuminazione. È davvero un errore, ha dichiarato, far sparire i muri bianchi e introdurre il colore». In effetti l’orientamento è cambiato: il progetto approvato prevede ancora pareti bianche. Polemiche che continueranno, anche perché la nascita dei Nuovi Uffizi è un evento epocale, sotto gli occhi del mondo. Il museo è da tempo un’esperienza di massa che ne ha trasformato la funzione. Ed ecco le riflessioni amare di Antonio Natali: «Una mostra e un museo si giudicano ormai da quanti visitatori hanno e quindi dall’incasso. Ma non si deve pensare che una cosa è ben fatta soltanto perché ci va tanta gente. Dobbiamo puntare all’educazione. Credo alla necessità di un ritorno economico, ma un museo non può essere giudicato da quanto guadagna, proprio come un ospedale dovrebbe essere valutato non su basi economiche, ma da quanta gente ne esce guarita».
Certo, agli Uffizi tutti si affollano nella sala Botticelli, stipati davanti alla «Venere» e alla «Primavera». Quanti di loro ne escono «migliori», culturalmente più ricchi? «In queste condizioni, ammette Natali, meno di quanto farebbe supporre il numero dei visitatori. Accostarsi a un quadro dovrebbe voler dire entrare in contatto con un testo poetico, e questo presuppone tempo e quiete che oggi non può esserci». Nei Nuovi Uffizi più che raddoppiati è prevista l’esposizione di altri 800 quadri. Ci sarà spazio, ma anche i visitatori si moltiplicheranno. Questo il progetto di Natali: «Se i quadri sono testi poetici e non feticci, bisogna diluire le 1.616 opere esposte attualmente. Per esempio, i Botticelli sono a pochi centimetri l’uno dall’altro. Lo stesso per i tanti Tiziano, troppo affastellati. Così non si può guardare un quadro. Aspiro a rendere possibile una visita che consenta delle pause, addirittura un quadro per parete, se è necessario. Nelle nuove gallerie ci saranno altre opere dai depositi, ma da 1.600 penso arriveremo a 2mila, o poco più».

Vittima del troppo successo


Gli Uffizi, si sa, sono soffocati dal successo. La cifra del 2007 (un milione e 450mila visitatori) è molto vicina al tetto. Infatti, per problemi di sicurezza, i vigili del fuoco non consentono la permanenza contemporanea nelle sale di più di 900 persone. Circa 4mila al giorno. Nei Nuovi Uffizi sarà possibile una media (solo teorica) di 8mila persone al giorno, con percorsi più semplici e diretti. Ma resteranno i filtri dei varchi con metal detector e il tappo della biglietteria… Insomma le code, forse meno lunghe, ci saranno sempre. Del resto si pone da tempo il problema di scoraggiare i turisti agli Uffizi e proprio le code sono un deterrente. Cambierà qualcosa?
Cristina Acidini non crede alla possibilità di programmare una diminuzione degli ingressi: «Possiamo cercare di aumentare il grado di attrazione degli altri musei del Polo fiorentino, organizzare mostre per attirare e incuriosire il pubblico al di là delle collezioni permanenti. Ma finora questo non ha diminuito la pressione sugli Uffizi e sull’ Accademia e il suo David. Sono due “must” del turismo. Bisogna lavorare su chi ritorna a Firenze una seconda volta, invitarlo ad andare alle cappelle Medicee, a Palazzo Davanzati, a Pitti». D’accordo Antonio Natali che però denuncia: «Firenze non fa quasi più promozione per luoghi che non siano i soliti. Cominciamo invece a far conoscere le cose straordinarie che neanche i fiorentini conoscono. Un esempio: la chiesa di San Salvi e il suo museo, dove c’è Pontormo, Vasari, Andrea del Sarto e il suo affresco del “Cenacolo”, la più grande opera del ’500 fiorentino. Non ci va nessuno, cento visitatori l’anno. Dicono: è fuori mano. Ma le visite vanno promosse e organizzate. Questa è la strada. Io cerco di farlo anche con la fondazione Romualdo del Bianco. Ho lanciato un’iniziativa, spiega Natali, che si chiama “La città degli Uffizi”. Alcune opere dei depositi, due o tre alla volta, saranno esposte per qualche mese nei luoghi della Toscana dai quali provengono. Il primo sarà “Figline, Cigoli e i suoi amici”. Il comune di Figline Valdarno farà una piccola mostra».

La questione dei prestiti


Un altro dei problemi spinosi degli Uffizi è quello dei prestiti per mostre. Contrario da sempre Natali, che sintetizza: «Dico sempre che sono direttore di una “cava” non di un museo». Assai più favorevole Cristina Acidini che dice: «C’è bisogno di esportare un’immagine virtuosa dell’Italia. Il Polo Museale ha organizzato una mostra di grande successo a Budapest e sto per andare a Tokyo per l’inaugurazione di quella sul “mito di Venere” che espone la nostra “Venere” di Tiziano (cfr. articolo nelle pagine di “Mostre” Ndr). Ma siamo anche grandi “prestatari”, parola poco usata che indica colui che riceve un prestito, e noi ne riceviamo molti». Natali punta su un altro filone: «Ho spedito una mostra di 40 opere sul paesaggio che sta girando in sei Stati americani. Altre 40 sono dal 18 marzo a Madrid. Tutte dai depositi. E in cambio, per esempio, gli americani si sono impegnati per due anni di manutenzione ordinaria di 600 dipinti dei grandi corridoi degli Uffizi e di 200 sculture antiche». Con i Nuovi Uffizi dovrebbe finalmente essere risolto anche il problema dei depositi, nei quali sono parcheggiate ben 3mila opere.
«È così, dice Natali, ma non tutte reggono il confronto con quelle già esposte, anche se i valori cambiano nel tempo. I depositi sono serbatoi del gusto. Ma devo ricordare che là godono della migliore salute: luce molto bassa, temperatura costante. Tutto il meglio sarà esposto nelle nuove Gallerie».

Il progetto e il ribasso d’asta


Paola Grifoni è soprintendente ai Beni architettonici dal 2004, responsabile dell’intero progetto di ristrutturazione degli Uffizi. Con lei si è svolta anche la gara di appalto vinta da una associazione di nove imprese guidate da un consorzio di cooperative di Bologna. La somma a disposizione era di 55 milioni di euro. Era prevista per il primo lotto di lavori e poco più. Ma forse coprirà anche tutta la spesa del secondo e ultimo lotto. Questo grazie a un forte ribasso ottenuto nella gara d’appalto: 43,78 per cento in meno sul prezzo base. Un risparmio di quasi 19 milioni di euro. «Si trattava di capire se questo ribasso così forte fosse sensato e sostenibile, ricorda Paola Grifoni. La decisione spettava a me e non fu facile per noi della Soprintendenza fiorentina, abituati a cifre ben più modeste. I lavori sono cominciati nel giugno 2006 ed entro aprile verrà appaltato alle stesse imprese il secondo lotto. Quel ribasso record tuttavia continua a preoccuparci, è difficile da “gestire” in fase operativa. Serve un controllo continuo».
Il progetto attuale è nato da Antonio Paolucci, allora ministro dei Beni culturali (1995-96) che creò una commissione, ripresa nel 2002 dal direttore generale del Ministero Roberto Cecchi. Ne facevano parte, oltre a Paolucci, divenuto soprintendente al Polo Museale fiorentino, la direttrice degli Uffizi Petrioli Tofani, il soprintendente ai Beni architettonici Domenico Valentino, quello ai Beni archeologici Angelo Bottini, il direttore regionale Mario Lolli Ghetti e lo stesso Cecchi. Nella commissione le posizioni erano diverse, i contrasti profondi su quasi tutto. Lo ricorda Giorgio Pappagallo, che partecipava alle riunioni. «Fu Cecchi a fare da paciere, a mediare. Grazie alla sua pazienza i progetti sono stati alla fine approvati». Ora è proprio Pappagallo, architetto della Soprintendenza, a dirigere i lavori. L’idea base è quella di far scorrere il flusso dei visitatori senza «incroci» e senza inversioni di marcia. Il percorso comincerà al secondo piano, seguirà le sale fino all’ultima, prima del bar, sulla Loggia dei Lanzi. Si scenderanno le nuove scale ricavate nel cortile (spazio anche per gli ascensori), si continuerà la visita delle sale al primo piano, ora occupate dal cantiere, si percorrerà il piano in senso inverso per arrivare al piano terra e all’uscita su piazza del Grano. «Il “cronoprogramma”, spiega Pappagallo, prevede la consegna al Polo Museale, nel gennaio del 2009, delle nuove sale di esposizione, al primo piano dell’ala “nord di ponente” (quella che confina con la Loggia dei Lanzi) e, al piano terra, delle sale dell’archivio fotografico oltre alla nuova scala».

Lo spettro degli imprevisti


Uno spettro incombe sul lavoro della soprintendente Grifoni e dell’architetto Pappagallo: è la voce «imprevisti»; non quelli tecnici, ma gli improvvisi cambiamenti di programma, che costringono a modifiche del progetto a lavori in corso. Accade con la Biblioteca Magliabechiana, l’edificio che fiancheggia l’uscita degli Uffizi su piazza del Grano. La soprintendente Acidini spiega: «Ho ereditato il progetto degli Uffizi già pronto, addirittura appaltato e “cantierato”. Abbiamo deciso un solo cambiamento, anche se impegnativo. Destinare a mostre temporanee il piano rialzato della Biblioteca Magliabechiana, e integrarlo nel percorso degli Uffizi. Avrebbe dovuto essere frammentato in laboratori di diagnostica e restauro. Ma si sarebbe frazionato l’ultimo grande ambiente (540 metri quadri) nel perimetro degli Uffizi, finalmente degno di un grande museo. È una grande opportunità che non potevamo perdere. Ci sarà una variante in corso d’opera, dolorosissima e impegnativa. Sono grata ai colleghi che l’hanno accolta».
«La revisione del progetto, precisa Pappagallo, dovrebbe essere pronta entro aprile, ma un ritardo è scontato. Costo prevedibile della variante: tra i 3 e i 4 milioni di euro». Nello spazio che ospitava le mostre temporanee, il salone delle ex Reali Poste, nell’ala sud, con il secondo lotto verrà realizzato un grande ristorante bar. Oggi esiste soltanto il bar sulla Loggia dei Lanzi.
Altri possibili ritardi vengono dal futuro spostamento degli uffici del Polo Museale, dove lavorano circa ottanta persone. Occupano una parte dell’ala di levante, accanto a Palazzo Vecchio, e diventeranno sale di esposizione. Pappagallo spiega che «gli uffici direttamente impegnati con la Galleria saranno trasferiti nel palazzo dei Veliti, accanto alla Magliabechiana. Gli altri, quelli amministrativi del Polo Museale, saranno sistemati più lontano, al di là dell’Arno, nel Palazzo Mozzi Bardini. Sarà quella l’ultima zona del cantiere di restauro degli Uffizi. Ma prima dovrà essere pronto il primo piano del Palazzo Mozzi Bardini, per il quale ci sono stati ritardi nella gara d’appalto. Il cantiere sta partendo ora». Anche qui è prevedibile uno slittamento dei tempi previsti.

Il corridoio segreto


Uno dei luoghi più affascinanti e segreti della Galleria degli Uffizi è il Corridoio Vasariano, un passaggio sopraelevato, lungo quasi un chilometro, che unisce gli Uffizi a Palazzo Pitti. Un collegamento aperto al pubblico tra i due musei creerebbe (la definizione è di Antonio Paolucci) «il più straordinario museo del mondo». Ma il corridoio non ha uscite di sicurezza, così la visita è possibile soltanto a piccoli gruppi con guida. Si può risolvere il problema? «Ci vogliamo provare, si entusiasma Paola Grifoni all’idea. Il punto giusto sarebbe dopo Ponte Vecchio c’è un piccolo cortile comunale, ma esiste un bar… Meglio sarebbe la torre al di là di Ponte Vecchio che confina con il corridoio. A noi basterebbe una scala dal primo piano a terra…». Ma forse è soltanto un bel sogno.

La pensilina della discordia


L’ultimo problema è quello della famosa pensilina di Arata Isozaki (concorso vinto nel 1998, costo previsto 7 milioni di euro) destinata all’uscita dagli Uffizi.
Come un fiume carsico, la polemica su quel progetto scorre sotterranea da dieci anni e riprende vigore di tanto in tanto. È riesplosa lo scorso agosto, all’approvazione del progetto definitivo, quasi identico a quello originario: «aggiustamenti minimi» soltanto per rispettare i reperti archeologici nel sottosuolo. L’oppositore massimo al progetto, Vittorio Sgarbi, ha ripetuto che il via libera è «un segnale di profonda inciviltà, di mancanza di rispetto per Firenze» mentre il senatore e consigliere comunale fiorentino di Forza Italia, Paolo Amato (che si era incatenato a una colonna degli Uffizi quando «L’Annunciazione» di Leonardo è partita per il Giappone) l’ha definita «uno sfregio alla città». Da mesi tutto è di nuovo tranquillo. Forse perché si è scoperto che il via ai lavori della Pensilina sarà possibile soltanto quando verranno smontati gru e cantiere che occupano proprio lo spazio della futura opera di Isozaki, in piazza del Grano. Sarà dopo la fine di tutti i lavori, cioè, non prima del 2011. C’è tempo per altre polemiche. Ma alla fine si farà davvero? «Se si continua a tergiversare, non so, commenta Antonio Natali. Io sono da sempre favorevole a quel progetto e agli inserti contemporanei nella città antica. Noto anche che proprio di fronte alla futura pensilina di Isozaki è stato costruito un palazzo nuovissimo e mediocre. Se poi cambierà il Governo, forse sarà abolita…».

Edek Osser


2008-04-04


A cura di www.ilgiornaledellarte.com

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Settimana in rialzo per il Mps Art Market Value Index (+1,4%), sulla scia delle performance superiori sia del FTSE Mib (+3,1%) che dello S&P 500 (+2,0%). Tra le aste rilevanti della settimana, è stata battuta lo scorso 29 aprile da Sotheby's a New York l'asta "A Treasured Legacy: The Michael and Judy Steinhardt Judaica Collection" per 8,5 milioni di dollari, con un tasso di venduto del 92,6% per lotto e del 84,9% per valore. Ottimo risultato, oltre le aspettative, per la collezione privata di "Sir Gawaine and Lady Baillie", che ha registrato lo scorso 1 maggio a Londra 6,2 milioni di dollari. Inoltre, il 2 maggio, a Londra, è stata battuta per 9,7 milioni di dollari l'asta "Prints" con un tasso di venduto del 85,8% per lotto e del 87,7%. Per Christie's, invece, si segnalano l'asta "Prints and Multiples" battuta a New York il 30 aprile per un valore pari a 10,3 milioni di dollari e l'asta "Antiquities" che sempre nella Grande Mela è stata battuta per 6,5 milioni di dollari.